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Rapporto medico-paziente

Rapporto endocrinologo-paziente

Rapporto endocrinologo-paziente


Le ricerche mettono in luce che la comunicazione medico-paziente é spesso insoddisfacente e frustrante per entrambi, sia sul piano verbale che su quello non verbale

Qualsiasi paziente vorrebbe trovare nel proprio medico curante una versione del vecchio, caro medico di famiglia, come ormai ce lo tramanda solo la tradizione popolare; uno specialista esperto e scrupoloso, ma prima di tutto un uomo: caloroso, amichevole, e anche fine psicologo.

Si tratta di una figura mitica e forse anche il medico mosso dalle migliori intenzioni non riuscirebbe ad emularne le capacità e l’umanità.
Il problema è che l’attuale rapporto medico paziente si risolve spesso in una visita sbrigativa, spersonalizzata ed insoddisfacente per il paziente, che si sente non capito, e per il medico, che vede i suoi sforzi terapeutici vanificati dalla mancanza di collaborazione da parte dell’assistito.

La mancanza di comunicazione in effetti va a discapito di entrambi i soggetti dell’interazione a scopo sanitario.
Quando si tratta di salute, il paziente vive spesso il responso con ansia, paura e preoccupazione; per cui, trovarsi di fronte qualcuno che sembra non capirlo o non cogliere le sue esigenze emotive, rende il consulto un’esperienza molto frustrante.

Per altro, anche l’intervento terapeutico risente di una comunicazione lacunosa o carente; si pensi ad esempio al caso delle malattie croniche come il diabete, i problemi cardiaci o l’ipertensione; in situazioni come queste la componente emotiva è considerevole e va dalla non accettazione del problema, alla ribellione nei confronti della prescrizione, all’omissione o alla menzogna per coprire le proprie mancanze, ecc.

Uno specialista che tenga conto, assieme alla valutazione dei sintomi e delle analisi, anche dei segnali non verbali, può cogliere indizi di ansie, depressione, menzogne e reticenze che potrebbero risultare molto utile nella determinazione del trattamento o nell’approfondimento del colloquio.

In effetti, un gran numero di indagini dimostrano che la sensibilità del medico nei confronti del linguaggio del corpo dell’assistito si traduce in una relazione più positiva con quest’ultimo e rende il primo più apprezzato e stimato.

Altri studi hanno messo in luce che i pazienti considerano la capacità di comunicare come una delle prime tre qualità che un medico dovrebbe possedere.

Anche un dialogo più profondo e aperto va a vantaggio di questo rapporto e dell’efficacia della cura: se i pazienti sono informati e coinvolti nelle decisioni riguardo ai provvedimenti da prendere, si rivelano più aderenti alle prescrizioni e più collaborativi; inoltre accettano più di buon grado l’idea di abbandonare abitudini dannose come il fumo, il bere e di assumere condotte di vita più salutari (fare regolare esercizio fisico, limitarsi nella dieta, ecc.).

Questi e molti altri studi mettono quindi in evidenza come sia importante nella professione medica l’acquisizione di una maggior capacità empatica.

Per altro, la maggior parte delle ricerche sulla relazione medico-paziente punta il dito sul fatto che questo aspetto, non solo viene giudicato inadeguato dagli assistiti, ma riceve dagli stessi specialisti ben poca attenzione.
Per comprendere quali siano i capisaldi di un’interazione soddisfacente in ambito sanitario, gli studiosi Rainer Bec, Rebecca Daughtridge e Philip Stoane hanno spulciato un trentennio di letteratura sul tema, traendone delle interessanti conclusioni.
I tre psicologi, hanno distinto due piani del rapporto: quello verbale e quello non verbale.

Gli esiti della loro ricerca hanno fatto emergere che esistono almeno 20 atteggiamenti verbali che incidono favorevolmente sul rapporto clinico e 14 in modo negativo.
Sul versante del linguaggio del corpo invece sono apparsi rilevanti 16 comportamenti; alcuni dei quali rendono la relazione più appagante, altri provocano insofferenza e delusione.
Cominciando dal dialogo, conta molto il fatto che il medico stia ad ascoltare ciò di cui il paziente si lamenta e dia segno di aver compreso a fondo il problema; inoltre, è molto importante che incoraggi il paziente a fare domande, ad esprimere i propri dubbi ed a rivelare le proprie paure.

Naturalmente, da parte del medico non si tratta solo di assumere il giusto atteggiamento, ma anche di sintonizzarsi su quelli che sono i segnali non verbali che regolano l’interazione.

Ad esempio, chi vuole prendere la parola, inspira, dischiude le labbra, solleva una mano o l’intero avambraccio e lo tiene in sospeso fino a quando non gli viene concesso di parlare; l’intenzione che sottende questi segnali è ulteriormente rimarcata quando il paziente porta il busto in avanti, solleva la testa e cerca con gli occhi lo sguardo del medico.

Assumere un atteggiamento amichevole, gentile, parlare al livello culturale del paziente e chiarire le informazioni date sono altri aspetti che fanno sentire il paziente a proprio agio.
Sempre sotto il profilo del dialogo, è buona norma lasciare che il paziente possa esternare i propri commenti sulla situazione prima di terminare l’incontro.

Inoltre, la visita si dovrebbe concludere con una definizione di obiettivi (esami, abitudini da assumere o vizi da perdere).
Anche sostenere le iniziative del paziente, approvarlo e dimostrargli fiducia e stima ha un effetto positivo sul suo umore e sul suo atteggiamento verso la malattia.

Quando si parla di malattie, malanni o di altri problemi fisici, la tensione può raggiungere livelli notevoli, così se il medico fa una battuta o sdrammatizza il problema, il paziente può sentirsi risollevato e impegnarsi con più energia a seguire le sue indicazioni.
Estendere il discorso alla vita del paziente, chiedergli delle sue emozioni, accertarsi su come vanno i suoi rapporti personali e le cose in generale è sicuramente uno strumento per mettere a suo agio l’interlocutore quando l’incontro è all’esordio o quando si sta per concludere.

Fare domande e dare consigli di carattere psicologico è un altro modo efficace di entrare nelle grazie del paziente.
Pure dedicare un po’ di tempo all’educazione alla salute, condividere osservazioni e conclusioni su esami e accertamenti con il paziente e discutere sugli effetti del trattamento si mostra piuttosto efficace.

Una lamentela comune fra i pazienti è che il medico dedichi loro poco tempo: si sentono perciò trascurati ed incompresi.
Così, compatibilmente con i propri impegni e con il numero di visite, non è una cattiva idea prolungare l’incontro di un paio di minuti; tanto per far sentire all’assistito che lo si considera anche come persona.

Fin qui, abbiamo elencato quello che sarebbe l’atteggiamento ideale da assumere nel corso di una visita.
Diamo ora un’occhiata ai comportamenti che proprio indispongono o rendono deluso chi si rivolge ad uno specialista.

Gli atteggiamenti che maggiormente demotivano o stizziscono il paziente vanno da un’accoglienza fredda, al mostrarsi saccenti e autoritari, all’assumere una condotta eccessivamente formale.
Contrastare in modo aperto e perentorio affermazioni del paziente o non prestarvi attenzione sono altri comportamenti che creano malcontento.
Un atteggiamento che irrita parecchio il pazienti è squalificarlo come interlocutore; questo accade ad esempio quando il medico usa una terminologia troppo tecnica e specialistica, lo interrompe spesso e non risponde alle sue domande dirette.

Anche la mancanza di tatto da parte del dottore è vissuta in modo molto negativo: mostrarsi critici, scettici o colpevolizzanti sull’esperienza del paziente o fargli domande molto personali, specie se in modo brutale, o anche interrogarlo su questioni non legate al motivo della visita danno infatti parecchio fastidio al paziente.
Talvolta una visita comporta un esame tattile: non dire niente o borbottare commenti e opinioni durante la palpazione come parlando fra sé e sé è particolarmente umiliante e frustrante per l’assistito.
Un medico dovrebbe cercare di creare un clima tranquillo e sereno durante lo svolgimento della visita: così se mostra ansia, irritazione, nervosismo o tratta il paziente come uno scolaretto, ripetendogli in modo ripetitivo e con fare “pedagogico” delle raccomandazioni provoca in quest’ultimo del risentimento.

Sotto il profilo della comunicazione non verbale, un professionista sanitario viene giudicato in modo più favorevole quando annuisce spesso, esibisce una mimica facciale cordiale, ma soprattutto espressiva e dà altri cenni (con le palpebre o con il sollevamento delle sopracciglia) di attenzione.

Il paziente sente il medico più vicino e solidale quando quest’ultimo sta spesso inclinato verso di lui e mantiene un orientamento nella sua direzione; non tiene braccia o gambe incrociate e rispecchia le sue posture.
Certi atteggiamenti dello sguardo piuttosto frequenti nei medici possono risultare piuttosto fastidiosi per gli assistiti: ad esempio, quando lo specialista fissa il paziente con insistenza, senza alcun calore nello sguardo o quando lo degna di uno sguardo appena dopo aver esaminato la cartella clinica.

Nelle comuni relazioni interpersonali si fa conoscenza con l’altro con una stretta di mano: difficilmente questo avviene tra medico e paziente: se quest’ultimo solleva la mano, la sua intenzione può essere ignorata o la stretta può essere data in modo debole o, peggio ancora, porgendo le sole dita (comportamento che è una forma stilizzata dell’offrire la mano perché venga baciata); un atteggiamento del genere, comunica distacco e superiorità.

Altri comportamenti che stizziscono il paziente sono ancora orientare il corpo in direzioni diverse da quella della persona venuta a consulto, tenere la schiena costantemente appoggiata sullo schienale, incrociare le braccia o, durante la palpazione, non rispettare la sua intimità e insistere in modo eccessivo.
Comprendere meglio la comunicazione non verbale da parte del medico gli consentirebbe di accorgersi quando il paziente esita ad aprirsi, ha paura o preferisce nascondere qualcosa.

Facciamo qualche esempio.
Poniamo che un uomo abbia dei segni sulla pelle e quando il medico gli chieda se ha avuto rapporti a rischio, allontani il portapenne o deglutisca; dia cioè segni di menzogna, ma neghi a parole.
Se il medico conoscesse il linguaggio del corpo, potrebbe interpretare anche questi segni e fare una diagnosi più mirata e corretta.
Se il paziente, solleva le sopracciglia e le unisce al centro parlando del motivo per cui si è rivolto allo specialista vuol dire che è in ansia; questo non significa però che sia capace di raccontarlo; se il medico fosse in grado di riconoscere il segnale, potrebbe cercare di assumere un atteggiamento più confidenziale, mettere a suo agio il paziente o rassicurarlo.
Riconoscere la mimica facciale della sofferenza potrebbe poi essere utile all’internista nel momento in cui, per paura di scoprire qualcosa di brutto, il paziente dovesse negare di provare un dolore.

L'A.N.I.P.I. onlus regione Campania vuole affrontare e lavorarci sù questo problema importantissimo, affinchè il repporto medico-paziente migliori.